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Open source hardware

 Scritto da alle 14:45 del 24/02/2009  Aggiungi commenti
Feb 242009
 
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Vi consiglio caldamente la lettura di questo interessante articolo di Wired, che parla del fenomeno dell’open source hardware, ed in particolare di Arduino, una scheda che va per la maggiore fra i costruttori di gadget fai-da-te; mi ha fatto mettere a fuoco parecchie cose.

Ammetto di aver sottovalutato fino ad ora il fenomeno dell’open source hardware ed inizio col dire che ci ho visto la concretizzazione, la materializzazione di molti concetti e dubbi che ho espresso sull’open source software.

L’open source hardware, arrivato molto dopo il tanto chiacchierato open source software, sembra avere un ruolo più definito; pur essendo relativamente una novità, sembra molto più maturo ed i suoi pregi ed i suoi limiti appaiono molto più chiari ed evidenti, anche a chi opera nel settore specifico.

La differenza sostanziale sta nel fatto che per produrre hardware open source occorre in ogni caso un investimento iniziale, più o meno cospicuo.
Per realizzare copie di un software opensource spesso non occorre alcun investimento iniziale aggiuntivo, l’operazione è priva di rischi finanziari e, in pratica, alla portata di tutti.
Questo fatto fondamentale, a mio parere, è l’origine di tutte le differenze.

Il pregio maggiore dell’open source in campo hardware è che costringe i produttori a immediate economie di scala: se il prodotto in vendita ha un prezzo troppo alto, ed il suo costo di produzione è basso, solitamente il reverse engineering risulta molto semplice (molto più semplice, spesso, dell’analoga procedura in ambito software) ed è assai probabile vedere la nascita di cloni a prezzi concorrenziali.
Nell’articolo vien fatto l’esempio di un sensore utilizzato nei musei per monitorare l’umidità e la temperatura delle loro sale, venduto ad un prezzo esagerato.
Ma la storia è piena di esempi simili, dai cloni dei personal computer IBM, agli attuali cloni di iPhone e computer Apple: insomma quando il prezzo di un prodotto è esagerato rispetto al costo di produzione, appare immediatamente conveniente tentare di realizzarne delle copie da vendere a prezzi nettamente inferiori pur continuando a realizzare guadagni decenti.

La stessa operazione invece perde di interesse se il prezzo di vendita del prodotto ingloba un giusto guadagno per il produttore; ed in questo caso definire giusto il guadagno è semplicissimo: deve essere tale da rendere poco conveniente la realizzazione di copie.
Questo meccanismo funzionerebbe soprattutto in virtù degli investimenti necessari per produrre qualcosa di fisico come un prodotto elettronico. In sostanza l’operazione è rischiosa (si spende per produrre ma non si sa se si venderà) e perciò non sempre conviene avventurarcisi.
Ecco perchè sostengo che il modello open source applicato all’hardware avrebbe certamente effetti positivi e costringerebbe tutti i produttori a vendere al prezzo più basso possibile e/o ad incrementare costantemente la qualità del proprio prodotto.
L’autore dell’articolo parla di cambio radicale di mentalità necessaria nei produttori:

Niente più guadagni facili basati sulla proprietà intellettuale. Dovrà offrire un prodotto o un servizio migliore, oppure rischierà di uscire in fretta dal mercato.

In sostanza produrrebbe un certo prodotto chi risulta in grado di con il più alto il rapporto qualità/prezzo.

Questo effetto positivo, in ambito software, praticamente non esiste: il prezzo più basso per un’applicazione è tendente a zero, dato che per produrre copie di un software non occorrono investimenti e non esiste alcun rischio imprenditoriale e finanziario a farlo.
Ciò “costringe” al massiccio ricorso al brevetto, perchè altrimenti nessuno investirebbe in ricerca sapendo che non potrà mai avere un ritorno economico per gli sforzi fatti.
Ecco perché i miei dubbi sull’open source software sono moltiplicati.

Ma allora perchè non applicare il modello open source hardware estensivamente, anche a prodotti come i motori o le automobili? La risposta è sempre nell’articolo:

Per superare i test, questi prodotti hanno bisogno di costose attrezzature, come gallerie del vento o laboratori per le prove di impatto. Cose che non può ottenere un gruppo di designer poco coordinati fra loro, e magari collegati a internet con i loro laptop mentre siedono in un bar.”

Ecco la materializzazione si uno di quei limiti che vedo nell’open source software attuale: in ambito industriale appare immediatamente chiaro che occorra un certo tipo di struttura e di organizzazione per realizzare oggetti altamente tecnologici o complessi; in ambito software, a parlare coi sostenitori dell’open source, sembra invece che questa banalissima legge non valga.
Libertà (ma da quel che è possibile osservare sarebbe meglio definirla anarchia) e capacità realizzativa, sono in trade off: quando un progetto è complesso, occorre che a lavorarci siano in tanti; ma senza coordinamento, senza una linea guida, senza una sintesi ed una selezione delle innumerevoli idee che inevitabilmente circolano in un team allargato, il risultato è quello attuale; si pensi all’indecifrabile cacofonia di distribuzioni Linux, nessuna delle quali risolve i problemi che impediscono all’ottimo e gratuito sistema operativo open source di diffondersi, ognuna che differisce dall’altra spesso per insignificanti inezie.

Mi pare poi vi sia una grande differenza nel come viene visto il contributo dell’utente: nell’ambiente open source software sembra a volte di percepire una certa insofferenza verso alcune richieste ed esigenze dell’utente, che con troppa frettolosità viene bollato come utOnto; inoltre, per via di ideologie diffuse e scarso grado di pragmatismo, mi pare di osservare una certa tendenza a rifiutare, a priori, soluzioni adottate da altri, anche quando queste si rivelano ottime.
Aleggia cioè quel che sembra un certo atteggiamento di superiorità, di supponenza che porta a sottovalutare (quando non a deridere) le richieste e le necessità dell’utente comune.
Per fortuna questa sensazione spesso si rivela infondata.

Nell’open source hardware invece, il ruolo dell’utente finale, mi sembra molto più centrale: è l’utente finale che guida lo sviluppo e l’evoluzione del prodotto; l’atteggiamento di imporre soluzioni avendo la pretesa di interpretare il volere dell’utente comune mi sembra molto più rarefatto.
Probabilmente, il dover assicurare un certo livello di successo al prodotto che si mette in produzione, impone una maggiore attenzione alle richieste del potenziale utente, dato che un insuccesso si trasforma matematicamente in un perdita di denaro.

L’articolo ai miei occhi ha anche il pregio di alzare il velo su quale sia lo scopo principale di chi, avendo inventato qualcosa, anzichè brevettarla la rende disponibile per chiunque con la modalità dell’open source.
Bandite le ideologie a corrente alternata, le crociate contro questo o quel demone, in difesa di una malintesa libertà, c’è chi lo fa per puro spirito umanitario (avendo evidentemente possibilità di reperire altrove e in altro modo le risorse per vivere) e chi invece, con molta meno ipocrisia dei suoi omologhi in ambito software, ammette candidamente che il vero scopo è quello di vendere, in seguito, consulenze alle aziende che poi si faranno carico di produrre l’oggetto ideato o sue varianti ed applicazioni.

Conclusioni: l’ambiente open source hardware mi sembra meno isterico, regolato in misura maggiore dal semplice buon senso, non esasperato da controproducenti ideologie e guidato da ambizioni possibili e non da utopie quasi irrealizzabili.
A mio parere, in questo modo pacato e ragionevole, è molto più probabile ottenere quei benefici che tutti i partecipanti auspicano.
Forse l’assenza di odio viscerale nei confronti di un produttore (come invece accade in ambito software, segnato da “guerre di religione”) consente di agire sulla base di sani principi, pragmatismo e ragionamenti logici, in grado di avere maggior successo delle azioni che si intraprendono contro qualcuno.
Troppo spesso la mia sensazione è quella che open source, standard et similia siano più uno strumento usato contro questa o quella fazione/azienda anzichè il tentativo di dare risposta alle esigenze manifestate dagli utenti.
La radicalizzazione del pensiero, insomma, non mi pare porti buoni frutti.

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