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Chapeau

 Scritto da alle 20:59 del 01/04/2008  Nessuna risposta »
Apr 012008
 

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Vi consiglio la lettura di questo splendido articolo di Feliciano Intini.
Sono completamente d’accordo.
Anzi trovo l’articolo l’esatta sintesi delle cose che penso e che credo di aver scritto più e più volte qua e là, sia in questo blog che in commento ad altri articoli di vari autori.

E guai a perdersi il taglientissimo ritorno di Paperino, che ha fatto una lucidissima istantanea degli ultimi fatti di rilievo accaduti questi ultimi giorni, dando fondo alla sua capacità di individuare il nocciolo della questione e sfoggiando una capacità di sintesi non comune.

Una ventata di lucidità nel mare magnum infestato da adoratori di idoli informatici.

Complimenti ad entrambi.

Technorati Tag: sicurezza,Windows,OSX,Linux

Il destino delle opensource company

 Scritto da alle 18:28 del 28/02/2008  4 Risposte »
Feb 282008
 

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Sun acquisisce MySQL
, celeberrimo DB opensource (resterà tale ora?).

Insomma appena salta fuori qualcosa di buono sul pianeta opensource (anche se MySQL imperversa da anni, costituendo la M della diffusissima piattaforma LAMP), gli squali se la pappano, la acquisiscono, la inglobano, la annettono…

E pare che nessuna filosofia, nessun ideale, nessun credo, nessuna utopia sia in grado di resistere ad un miliardo di dollari.

D’altronde, evidentemente, conviene andare sul sicuro, spendendo un miliardo di dollari essendo certi di un buon risultato, piuttosto che investire un miliardo di dollari in ricerca (tanto c’è la comunità opensource?).

E’ questo il destino delle opensource company di successo?

Technorati Tag: Sun,MySQL

Opensource: filosofia utopistica? Parte IV

 Scritto da alle 19:17 del 20/11/2007  5 Risposte »
Nov 202007
 


Proseguo con la mia riflessione sul futuro della filosofia alla base dell’Opensource, la condivisione della conoscenza, cercando di capire se può realmente avere successo e affermarsi come filosofia dominante.
E se ciò avvenisse, la svolta sarebbe priva di controindicazioni e benefica per la ricerca e l’innovazione?

Negli articoli precedenti ho illustrato un ragionamento che, in estrema sintesi, mi aveva portato a concludere che se l’Opensorce fosse adottato in larga scala, i programmi, anche i più complessi ed innovativi, costerebbero pochissimo, tendenzialmente zero, e che questo poteva essere un potenziale rischio per il futuro della ricerca e dell’innovazione nel campo dell’informatica.
Inoltre mi son chiesto il motivo dell’assenza di un movimento simile all’opensource nel campo industriale, dove invece il brevetto la fa da padrone.
In questo articolo sollevo alcuni sospetti sulle motivazioni che spingono attualmente alcune aziende a supportare progetti opensource.

L’interesse attuale verso l’Opensource da parte di alcune grandi aziende
Mi son sempre chiesto quale possa essere il reale scopo di alcune aziende quando supportano lo sviluppo Opensource, quasi a voler foraggiare un potenziale concorrente.
La cosa mi è sempre sembrata molto singolare. Mi sorge il sospetto che sia un modo per tenere sotto controllo quel che fa il nemico!
Oppure ad un modo per spiare le mosse di un concorrente in modo che, al momento opportuno, lo si possa sfruttare per i propri scopi o si possa copiare ispirarsi a qualche buon risultato per introdurlo, (ovviemante a pagamento), nei propri prodotti.
Mi pare che un esempio in tal senso sia XNU (costituito dal kernel di Mach e di FreeBSD) su cui si basa Darwin, il cuore del sistema operativo Mac OS X.
Se è vero che, come recita Wikipedia

XNU è il nome del kernel utilizzato nel sistema operativo open source Darwin, che Apple. usa come base per il suo sistema operativo Mac OS X

non capisco è come sia giunti al risultato che ora MacOSX è un sistema operativo completamente “chiuso”.
Riterrei già poco opportuno che lo siano i componeti aggiunti da Apple e basati sul nucleo originale (la filosofia Opensource è contraria a questo comportamento), ma in teoria, almeno la parte “nucleare” su cui si basa, incluse le modifiche successivamente apportatevi da Apple, non dovrebbe essere ancora Open e rese disponibili a tutti?
La risposta a questa obiezione, per chi si accontenta , è stata appunto Darwin.
Ad essere sincero, Darwin mi sembra lo zuccherino dato alla comunità Opensource per farla stare buona e poter fare i propri comodi in tutta tranquillità!
Infatti leggo che

“…Nel giugno 2003 Apple rilasciò Darwin 7.0 sotto licenza Apple Public Source License, versione 2.0 del 6 agosto 2003, considerata dalla FSF una licenza di software libero non compatibile con la GNU GPL“.

La vicenda poco chiara mi fa pensare ad un abile “gioco delle tre carte”, a qualche cavillo legale con cui è stato possibile aggirare le restrizioni imposte dai termini di licenza GNU GPL.
Al dilà delle mie perplessità, comunque la si voglia vedere, la sostanza dei fatti è che Apple ora vende, completamente chiuso, un prodotto che è parzialmente figlio del lavoro della comunità Opensource.
Tra l’altro, con Leopard, l’ultima versione del MacOSX, sono state introdotte delle pseudo-novità che sembrano copiate ispirarsi ad analoghe funzioni presenti già da tempo in altre piattaforme Opensource.
Ad esempio: alcune funzioni di Spaces (es.: la possibilità di trascinare la finestra di esecuzione di un programma tra i vari desktop virtuali) sembrano copiate tanto simili ad analoghe funzioni presente in Compiz-Fusion, lo splendido desktop manager per Linux.
Per verificare che si tratta di un invenzione implementazione originale di Apple occorrerebbe verificare il codice o impegnarsi in un improponibile opera di reverse-engineering.
E anche supponendo che ci sia qualche pazzo furioso che, per qualche disturbo della personalità si cimentasse nell’impresa, e scoprisse qualche plagio, cosa rischierebbe Apple? Una bacchettata sulle mani? Una tirata d’orecchie?
In conclusione, mi pare di intravedere la possibilità che l’attenzione di alcune aziende commerciali verso l’Opensource, possa non essere del tutto in linea con la filosofia che anima i sostenitori dell’Opensource.

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Technorati Tag: opensource , riflessioni

Opensource: filosofia utopistica? Parte III

 Scritto da alle 18:11 del 15/11/2007  2 Risposte »
Nov 152007
 


Proseguo con la mia riflessione sul futuro della filosofia alla base dell’Opensource, la condivisione della conoscenza, cercando di capire se può realmente avere successo e affermarsi come filosofia dominante.
E se ciò avvenisse, la svolta sarebbe priva di controindicazioni e benefica per la ricerca e l’innovazione?Negli articoli precedenti ho illustrato un ragionamento che, in estrema sintesi, mi aveva portato a concludere che se l’Opensorce fosse adottato in larga scala, i programmi, anche i più complessi ed innovativi, costerebbero pochissimo, tendenzialmente zero, e che questo poteva essere un potenziale rischio per il futuro della ricerca e dell’innovazione nel campo dell’informatica.
In questo articolo, parto dalla convinzione che un principio, se buono, vada adottato in tutti i campi; mi domando perciò come mai non esista un movimento simil-opensource anche in campo industriale, dove invece impera la legge del brevetto anche su cose che la maggior parte delle persone non reputa brevettabili.

Parallelismo con il mondo industriale
Se è vero che la filosofia alla base dell’Opensource ha contaminato altri ambienti (vedi open content), non vi è la minima traccia di questa contaminazione nel mondo industriale.
La questione non pare nemmeno in discussione.
Questo mi spinge a domandarmi come mai, se è vero che la filosofia alla base dell’Opensource è universalmente ritenuta come positiva, non esistono (o meglio, non ne ho trovato traccia!) iniziative in tal senso in campo industriale e, cosa ancor più strana, questo fatto sembra accettato dalla maggioranza delle persone come un fatto naturale, ovvio, spesso anche da Opensource-entusiasti?
Gli esponenti politici di tutto il mondo vedono in molti Paesi emergenti dei pericolosi concorrenti per via dei bassissimi costi della manodopera disponibile in quei Paesi, ed indicano che la via di salvezza dei paesi più industrializzati sta proprio nel puntare sulle tecnologie avanzate, per le quali sono necessari forti investimenti in ricerca, alti livelli di specializzazione e competenza.
Per questo motivo in molti Paesi Europei e soprattutto negli USA (molto meno in Italia, purtroppo), la ricerca è fortemente incentivata.
Dal canto suo, chi progetta e produce macchinari ad alta tecnologia, nonsi sogna minimamente di mettere a disposizione del mondo intero i progetti originali, frutto di anni di investimenti in ricerca e sviluppo!
Anzi fa ampio e massiccio ricorso alla tutela rappresentata dal brevetto, anche in campi -leggi ricerca farmaceutica e genetica- in cui il ricorso al brevetto è visto spesso come una forzatura, una cosa innaturale (*).
Cosa significa?
Che la condivisione della conoscienza è un principio valido ed applicabile solo in certi campi (scrittura, musica, software, ecc.)? Se si, perchè?

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(*) Esempio: è notizia recente (per me clamorosa!) che la T-Mobile ha brevettato…il colore magenta!

Opensource: filosofia utopistica? Parte II

 Scritto da alle 17:42 del 10/11/2007  2 Risposte »
Nov 102007
 


Proseguo con la mia riflessione sul futuro della filosofia alla base dell’Opensource, la condivisione della conoscenza, cercando di capire se può realmente avere successo e affermarsi come filosofia dominante.
E se ciò avvenisse, la svolta sarebbe priva di controindicazioni e benefica per la ricerca e l’innovazione?

Nell’articolo precedente ho illustrato un ragionamento che mi ha portato a concludere che se l’Opensorce fosse adottato in larga scala, i programmi, anche i più complessi ed innovativi, costerebbero pochissimo, tendenzialmente zero.
In questo articolo proseguo il mio ragionamento e, partendo dalle conclusioni precedenti, illustro una possibile conseguenza per la ricerca e l’innovazione.

Innovazione e ricerca
Se produrre software a basso o bassissimo costo non converrà economicamente a chi lo realizza, come potrà trovare incentivo la ricerca e lo sviluppo di innovazioni?
Provo a ragionare partendo dall’osservazione dello stato attuale delle cose.
Chi compone l’attuale “comunità di sviluppatori opensource”?
Oggi innumerevoli appassionati, per lo più finanziati da qualcuno, solitamente un’azienda che ha interesse al progetto finanziato
Questo è valido sopratutto per progetti di una certa portata, la cui realizzazione è impensabile se affidata ad uno sparuto gruppo di sviluppatori, ed ancor più impensabile se affidata ad un’enorme numero di sviluppatori “volontari” privi di coordinamento.
Ma domani, nell’ipotetico “mondo” Opensource?
Chi avrebbe interesse a finanziare lo sviluppo di un software, finanziare la ricerca in questo campo?
Chi spenderebbe una montagna di quattrini per sviluppare un software da cui, presumibilmente, ricaverà poco o nulla?
Forse qualche moderno mecenate, o qualche riccone che può permettersi di spendere parecchi soldi per dar sfoga ad una propria passione; chi altri?
Secondo me principalmente chi ha interesse a sviluppare una soluzione per se’, per la propria azienda o comunque per la propria limitata realtà.
Ora dietro molti progetti Opensource ci sono grosse aziende che investono parte degli utili fatti nel settore, per sfruttare le competenze e la professionalità di una grande platea di sviluppatori.
Investono. Cioè spendono oggi per guadagnare di più domani. Ma come?
Dato che, per ipotesi, i produttori di software commerciale sarebbero destinati a scomparire, gli unici che avrebbero un interesse a finanziare lo sviluppo l’opensource, sarebbero i produttori di hardware (senza software, l’hardware, si sa, è inutile!). Per cui ogni produttore avrebbe l’interesse a sviluppare il software (non solo i drivers) con cui utilizzare il proprio prodotto.
E tra l’altro, l’interesse allo sviluppo del software, rischierebbe di essere visto come una seccatura inevitabile più che come un’opportuinità, dato che il core business di queste aziqnde riguarderebbe l’hardware e non il software.
La concorrenza quindi si sposterebbe dal mix hardware/software odierno, tutta nell’ambito dell’hardware.
E, ad occhio e croce, dal punto di vista dei supporter dell’Opensource saremmo punto e accapo: probabilmente pagheremmo più caro l’hardware ed avremo (forse…) il software “gratis“. Ma sarebbe solo un’illusione: probabilmente i costi per lo sviluppo del software verrebbero semplicemente ricaricati sul prezzo dell’hardware.
Saremo quindi portati a sperare che la filosofia Opensource contagi anche il mondo industriale….
In ogni caso, mi sembra che, in questa ipotesi la ricerca e l’innovazione non sarebbero certamente incentivate, se non episodicamente e sporadicamente, sempre subordinate ad interessi particolari.
Ad essere realisiti, mi sembra infatti un’utopia pensare che le aziende, sistematicamente, possano investire i soldi necessari per fare ricerca ed innovazione in questo campo, con il solo obiettivo di far progredire l’Umanità.

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Technorati Tag: Opensource , riflessioni

Opensource: filosofia utopistica? Parte I

 Scritto da alle 08:41 del 07/11/2007  8 Risposte »
Nov 072007
 


Da parecchio tempo leggo e rifletto sull‘Opensource, cercando di trovare risposte alle domande che mi pongo sempre più frequentremente.
Ho già accennato ad alcuni problemi che ritengo di aver individuato nell’Opensource attuale, ma stavolta vorrei soffermarmi su un aspetto ben preciso: la filosofia alla base dell’opensource, la condivisione della conoscenza, può realmente avere successo e affermarsi come filosofia dominante? E se ciò avvenisse, la svolta sarebbe priva di controindicazioni e benefica per la ricerca e l’innovazione?

Per tentare una possibile risposta occorre un esercizio di immaginazione non indifferente.
Ci tento ma, mai come questa volta, risulterebbe preziosissimo il contributo di altri alla “visione” di una realtà che è solo ipotetica.

Questo è il primo di una serie di articoli con cui, passo passo, arrivo a delle conclusioni che mi piacerebbe confrontare con le vostre.

Il futuro della commercializzazione di software
Ipotizziamo che da domani tutto il software venga realizzato dalla comunità Opensource.
Una volta distribuita una copia del programma (gratuitamente o a pagamento non importa) chiunque avrebbe in mano tutti i sorgenti, con la libertà di studiare, copiare e modificare il programma originale e rivendere la copia modificata.
Stando così le cose, anche per i programmi che fossero ceduti a pagamento, il prezzo tenderebbe a rapidamente zero o comunque ad un valore molto molto basso.
Talmente basso che, la produzione di software per poi venderlo difficilemente sarebbe fonte di reddito per così tante persone come lo è ora.
Un programma opensource di successo, venduto a 1000, sarebbe infatti immediatamente rielaborato e migliorato da altri che, per battere la concorrenza dell’originale, potrebbero o venderlo ad un prezzo leggermente più basso, o dotarlo di funzini aggiuntive lasciando immuteto il prezzo ma costringendo, allora, chi commercializza l’originale ad abbassarne il prezzo.
Insomma il risultato finale credo sarebbe quello descritto: i programmi, anche i più complessi ed innovativi, costerebbero pochissimo, tendenzialmente zero.

Continua….

Technorati Tag: opensource , riflessioni