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Cogito ergo sum

Avete voluto la bicicletta? Pedalare!

 Scritto da alle 15:02 del 12/05/2009  4 Risposte »
Mag 122009
 

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Qualcuno sta iniziando forse a capire ora cosa significa delegare ad altri la scelta delle applicazioni da installare su propri apparecchi.

Mi viene da dire, ma va?
Eppure quando in passato ne ho parlato, sono stato tacciato di essere un Apple-hater, di vedere del marcio in ogni cosa che ha il marchio dell’azienda di Cupertino.
invece son convinto che quando una regola o un principio è sbagliato, anche chi ne è favorito, lo  è solo momentaneamente: è solo questione di tempo, ma prima o poi si ritroverà dall’altra parte della barricata.

Ora a lamentarsi è chi vorrebbe utilizzare BitTorrent sul proprio iPhone/iPod Touch.
Mi sembra un altro esempio di ideologia a corrente alternata: finché il comportamento di Apple non intacca i miei gusti, fa bene.
Ma quando ad essere cassata è un’applicazione che mi interessa poter utilizzare, allora lasciare che sia Apple a decidere cosa posso installare sul mio iPhone, non va più bene.
Troppo comodo.
Un po’ di coerenza, please.

Technorati Tag: Apple,Cogito ergo sum

Windows 7 vs. Windows Vista

 Scritto da alle 18:29 del 11/05/2009  15 Risposte »
Mag 112009
 

La mia attenzione, oggi, è stata catturata da questi primi benchmark comparativi tra le prestazioni di Windows 7 e Windows Vista, dai quali emergerebbe che la differenza a favore del nuovo sistema operativo Microsoft, non sarebbe così eclatante come sembrerebbe suggerire l’entusiasmo manifestato da chi lo ha utilizzato fino ad ora.

Tengo a precisare che ritengo non si possano trarre conclusioni fintanto che Windows 7 si trova a questo stadio di sviluppo. Men che meno penso sia cosa saggia paragonare una RC ad una versione arrivata oramai al SP2.

Volevo però fare una riflessione su alcuni risvolti che emergerebbero dall’osservazione di questi dati.
Se le prestazioni reali effettive venissero confermate essere così simili anche da altri test, sarebbe una conferma di una previsione che ho fatto in tempi non sospetti, e cioè che uno dei meriti che avrebbe avuto Windows 7, sarebbe stato quello di far apprezzare il buono che indubbiamente c’è in Vista, senza che questo fosse oscurato dalla pessima reputazione che quest’ultimo si è conquistato.

Inoltre, sarebbe la conferma che le prestazioni “apparenti” e quelle realmente misurabili con “strumenti di precisione” quali i benchmark, sono due cose il cui impatto è nettamente differente sull’utente.

Il boot di Windows 7 mi sembra molto più rapido di quello di Vista.
Non avendolo misurato cronometro alla mano, non saprei dire se questa sensazione sarebbe suffragata da dati oggettivi.
Per il resto, Windows 7, a mio parere, migliora parecchio alcuni aspetti di Vista, introduce alcune features molto utili, ma che nulla hanno a che fare però con le performances velocistiche pure, aspetto su cui invece molto si è battuto per affondare l’immagine di Vista.
Semmai si dovrebbe parlare di efficienza generale del sistema operativo, che già molto migliorata con Vista rispetto ad XP, è stata ulteriormente perfezionata con Windows 7: se ora fare alcune operazioni risulta più comodo e rapido, che importa in quanti millisecondi si apre l’applicazione o viene visualizzato un effetto grafico?

Un ultima considerazione la vorrei fare sulle critiche che l’XP Mode si sta attirando da parte dei soliti noti, perché soluzione compatibile con i processori che implementano la virtualizzazione Intel VT e AMD-V.
Ora qualcuno mi spieghi il senso della critica, perché io francamente la trovo solo pateticamente pretestuosa.
E’ mai accaduto, in passato, che una tecnologia possibile in virtu’ di una certa piattaforma hardware (esempi a caso: i videogames con accelerazione 3D, connessione ADSL su doppino telefonico, etc.) sia stata criticata perché non compatibile con prodotti privi di quella tecnologia?

Technorati Tag: ,Vista,,prestazioni

La Apple che verrà

 Scritto da alle 10:31 del 01/05/2009  8 Risposte »
Mag 012009
 

Apple
Da qualche tempo Apple è a caccia di esperti nella realizzazione di chip.
Dopo Bob Drebin, sempre da AMD è arrivato Raja Koduri, chief technology officier.

Ma sono solo gli ultimi colpi di uno “shopping” che Apple porta avanti da mesi, importando esperti del settore da altre aziende come Samsung, Qualcomm e Intel.

L’intento, perseguito senza i consueti clamori e fanfare che solitamente accompagnano l’incedere dall’azienda di Cupertino, è abbastanza chiaro: costituire una task force interna in grado di produrre chip finalmente made by Apple.
Fino ad ora infatti, Apple, aveva commissionato ad aziende terze la produzione dei propri chip (iPhone è basato su chip Samsung, per esempio).

Questa è una notizia che deve essere salutata con favore.
Si rischia di assistere al ritorno della vera Apple, quella che grazie a Steve Jobs, anni fa, per salvare la pelle, voltò le spalle ad anni di ricerca e sviluppo, rinnegando il passato ed accantonando la tecnologia PowerPC per approdare su piattaforma Intel.
Ad un fautore della concorrenza come me, quella vera, combattuta a suon di qualità dei prodotti e non di slogan pubblicitari, queste notizie suonano come musica.
Ben venga una Apple che torni a fare vera innovazione e a proporci prodotti realmente diversi, magari di qualità (vera) e magari competitivi anche nel prezzo.

Il rischio è però, anche, che la manovra abbia come effetto una ulteriore chiusura di Apple; ora il dover rivolgersi ad aziende esterne per la realizzazione dei propri chip, costringe inevitabilmente l’azienda di Cupertino a dover scambiare con questi produttori informazioni riguardo al proprio software.
A quel punto sarebbe utopistico attendersi dei prezzi migliori (segno di efficienza e produttività) ma si assisterebbe ad una versione amplificata del ricatto a cui, chi sceglie prodotti Apple, sembra destinato a subire.
La competizione si sposterebbe ancora una volta sul marketing più che su un confronto di qualità tra varie soluzioni (stavolta, auspicabilmente, diverse anche lato hardware).
L’ideale sarebbe invece che Apple, concentrasse maggiormente i propri sforzi per realizzare chip nuovi, ma che rendesse più open lo sviluppo di software adatto a sfruttarli al meglio.
A quel punto la concorrenza sarebbe veramente completa, sia lato hardware che lato software, con grande beneficio per i consumatori.

Technorati Tag: Apple,Cogito ergo sum

Ma che bello il FUD primaverile!

 Scritto da alle 13:24 del 01/04/2009  19 Risposte »
Apr 012009
 


Mi riferisco a questa ridicola perla del FUD in rete, che tenta di far credere, agli ignari allocchi che se la berranno, che la situazione descritta sia la normale occupazione di RAM della sidebar di Vista.
Tanto per tirare l’acqua al mulino sferragliante di Linux ed una bella palata di fango (l’ennesima) su Vista.

Ovviamente non si fa minimamente cenno all’articolo di Ed Bott che, nel lontano febbraio 2007, descriveva un evidente problema avuto con un gadget in particolare (e non certo con la sidebar di Vista).

Ma la tentazione di fare disinformazione primaverile deve essere stata irresistibile per Tanino Rulez che, con questa degna performance, si è immediatamente guadagnato un posto d’onore nel mio personalissimo BlogTroll.

Ah, per inciso, questa è la situazione dell’occupazione di RAM sul mio PC, equipaggiato con Vista Business 64bit.
Occupazione RAM

Ho evidenziato alcune voci con un riquadro rosso.
Le deduzioni le lascio a chi legge.

Technorati Tag: ,Cogito ergo sum,

Le meraviglie del nuovo iPod Shuffle

 Scritto da alle 00:15 del 16/03/2009  59 Risposte »
Mar 162009
 

Di recente Apple ha rinnovato la linea degli iPod Shuffle, presentandone l’ultimo modello.

Sarà perchè siamo prossimi alla Pasqua, che di sorprese è foriera, ma tra le varie novità ce n’è una che, se confermata, sarebbe veramente inquietante.
Secondo quanto emerge dalla recensione fatta da iLounge, il nuovo iPod Shuffle non potrebbe essere utilizzato con altre cuffie se non quelle fornite da Apple o quelle di altri produttori (ancora inesistenti) che però dovrebbero includere un “chip di autenticazione Apple”.
Apple in sostanza ha incluso un chip DRM direttamente negli auricolari; senza questo tipo di auricolari, l’iPod Shuffle non sarebbe utilizzabile.

Che dire?
Non posso che sottoscrivere quanto affermato nell’articolo della recensione:

This is, in short, a nightmare scenario for long-time iPod fans: are we entering a world in which Apple controls and taxes literally every piece of the iPod purchase from headphones to chargers, jacking up their prices, forcing customers to re-purchase things they already own, while making only marginal improvements in their functionality? It’s a shame, and one that consumers should feel empowered to fight

Che tradotto, significa:
In sintesi, si tratta di uno scenario da incubo per gli iPod-fan di lunga data: stiamo dando inizio ad un mondo in cui Apple controlla e tassa letteralmente ogni parte dell’iPod, dalle cuffie ai caricabaterie, forzando i propri clienti a ricomprare, a caro prezzo,  prodotti che già possiedono, con la scusa di migliorie funzionali marginali? E’ una vergogna che ogni consumatore dovrebbe imegnarsi a combattere.

Grazie allo zoccolo duro, mi pare si stia passando ogni limite del tollerabile.
Mi auguro che il popolo-dagli-occhi-foderati-di-prosciutto abbia stavolta un sano sussulto di vita cerebrale e seppellisca questa iniziativa di Apple sotto una montagna di proteste.

Non perchè il fatto, di per se’, sia gravissimo ma perchè se, nonostante questo scempio, un prodotto simile incontrasse il favore del mercato, temo si costituirebbe un precedente gravissimo, portando sia Apple che altri produttori sulla stessa strada.
E allora addio concorrenza, addio standard.
Lo scenario che si può immaginare se questo tipo di tendenza prendesse piede, è un mondo di consumatori divisi in “tribu’”, una contro l’altra schierate in base a fanatismi di varia natura, incapaci di ragionare lucidamente, prigionieri di questo o quel produttore, che nel frattempo gongola contando i soldi estorti con queste forzature ed alimentando sempre più la fidelizzazione forzata (=prigionerizzazione) dei propri clienti, resi ottusi dall’insano schierarsi pro o contro a prescindere da qualsiasi considerazione di buon senso, alimentato da abili campagne di marketing.

In attesa che qualche autorità garante-di-una-bella-fava si svegli dal letargo e sanzioni pesantemente questo tipo di iniziative.

P.S.
Un amico scrive “sarà anche una cosa “terribile” per la privacy… ma Genius funziona proprio bene!”, e a me si gela il sangue.
Non siamo di fronte a qualcuno ignaro di un determinato pericolo, ma di fronte ad una persona che è pronto a rinunciare a pezzi della propria privacy per una feature che, tra l’altro, gli sarebbe già dovuta in quanto l’ha già pagata in denaro, e che probabilmente può essere realizzata in altro modo, con un po’ più di sforzo.
Stiamo già pronti a rinunciare così facilmente a nostri diritti fondamentali, quelli che qualche iper-ottimista ha definito “inalienabili”?
C’è il rischio che con questi piccoli, impercettibili spostamenti progressivi, si stia andando verso una deriva da cui il ritorno sarà sempre più difficile.

Technorati Tag: Apple,,,Cogito ergo sum

Open source hardware

 Scritto da alle 14:45 del 24/02/2009  7 Risposte »
Feb 242009
 

Vi consiglio caldamente la lettura di questo interessante articolo di Wired, che parla del fenomeno dell’open source hardware, ed in particolare di Arduino, una scheda che va per la maggiore fra i costruttori di gadget fai-da-te; mi ha fatto mettere a fuoco parecchie cose.

Ammetto di aver sottovalutato fino ad ora il fenomeno dell’open source hardware ed inizio col dire che ci ho visto la concretizzazione, la materializzazione di molti concetti e dubbi che ho espresso sull’open source software.

L’open source hardware, arrivato molto dopo il tanto chiacchierato open source software, sembra avere un ruolo più definito; pur essendo relativamente una novità, sembra molto più maturo ed i suoi pregi ed i suoi limiti appaiono molto più chiari ed evidenti, anche a chi opera nel settore specifico.

La differenza sostanziale sta nel fatto che per produrre hardware open source occorre in ogni caso un investimento iniziale, più o meno cospicuo.
Per realizzare copie di un software opensource spesso non occorre alcun investimento iniziale aggiuntivo, l’operazione è priva di rischi finanziari e, in pratica, alla portata di tutti.
Questo fatto fondamentale, a mio parere, è l’origine di tutte le differenze.

Il pregio maggiore dell’open source in campo hardware è che costringe i produttori a immediate economie di scala: se il prodotto in vendita ha un prezzo troppo alto, ed il suo costo di produzione è basso, solitamente il reverse engineering risulta molto semplice (molto più semplice, spesso, dell’analoga procedura in ambito software) ed è assai probabile vedere la nascita di cloni a prezzi concorrenziali.
Nell’articolo vien fatto l’esempio di un sensore utilizzato nei musei per monitorare l’umidità e la temperatura delle loro sale, venduto ad un prezzo esagerato.
Ma la storia è piena di esempi simili, dai cloni dei personal computer IBM, agli attuali cloni di iPhone e computer Apple: insomma quando il prezzo di un prodotto è esagerato rispetto al costo di produzione, appare immediatamente conveniente tentare di realizzarne delle copie da vendere a prezzi nettamente inferiori pur continuando a realizzare guadagni decenti.

La stessa operazione invece perde di interesse se il prezzo di vendita del prodotto ingloba un giusto guadagno per il produttore; ed in questo caso definire giusto il guadagno è semplicissimo: deve essere tale da rendere poco conveniente la realizzazione di copie.
Questo meccanismo funzionerebbe soprattutto in virtù degli investimenti necessari per produrre qualcosa di fisico come un prodotto elettronico. In sostanza l’operazione è rischiosa (si spende per produrre ma non si sa se si venderà) e perciò non sempre conviene avventurarcisi.
Ecco perchè sostengo che il modello open source applicato all’hardware avrebbe certamente effetti positivi e costringerebbe tutti i produttori a vendere al prezzo più basso possibile e/o ad incrementare costantemente la qualità del proprio prodotto.
L’autore dell’articolo parla di cambio radicale di mentalità necessaria nei produttori:

Niente più guadagni facili basati sulla proprietà intellettuale. Dovrà offrire un prodotto o un servizio migliore, oppure rischierà di uscire in fretta dal mercato.

In sostanza produrrebbe un certo prodotto chi risulta in grado di con il più alto il rapporto qualità/prezzo.

Questo effetto positivo, in ambito software, praticamente non esiste: il prezzo più basso per un’applicazione è tendente a zero, dato che per produrre copie di un software non occorrono investimenti e non esiste alcun rischio imprenditoriale e finanziario a farlo.
Ciò “costringe” al massiccio ricorso al brevetto, perchè altrimenti nessuno investirebbe in ricerca sapendo che non potrà mai avere un ritorno economico per gli sforzi fatti.
Ecco perché i miei dubbi sull’open source software sono moltiplicati.

Ma allora perchè non applicare il modello open source hardware estensivamente, anche a prodotti come i motori o le automobili? La risposta è sempre nell’articolo:

Per superare i test, questi prodotti hanno bisogno di costose attrezzature, come gallerie del vento o laboratori per le prove di impatto. Cose che non può ottenere un gruppo di designer poco coordinati fra loro, e magari collegati a internet con i loro laptop mentre siedono in un bar.”

Ecco la materializzazione si uno di quei limiti che vedo nell’open source software attuale: in ambito industriale appare immediatamente chiaro che occorra un certo tipo di struttura e di organizzazione per realizzare oggetti altamente tecnologici o complessi; in ambito software, a parlare coi sostenitori dell’open source, sembra invece che questa banalissima legge non valga.
Libertà (ma da quel che è possibile osservare sarebbe meglio definirla anarchia) e capacità realizzativa, sono in trade off: quando un progetto è complesso, occorre che a lavorarci siano in tanti; ma senza coordinamento, senza una linea guida, senza una sintesi ed una selezione delle innumerevoli idee che inevitabilmente circolano in un team allargato, il risultato è quello attuale; si pensi all’indecifrabile cacofonia di distribuzioni Linux, nessuna delle quali risolve i problemi che impediscono all’ottimo e gratuito sistema operativo open source di diffondersi, ognuna che differisce dall’altra spesso per insignificanti inezie.

Mi pare poi vi sia una grande differenza nel come viene visto il contributo dell’utente: nell’ambiente open source software sembra a volte di percepire una certa insofferenza verso alcune richieste ed esigenze dell’utente, che con troppa frettolosità viene bollato come utOnto; inoltre, per via di ideologie diffuse e scarso grado di pragmatismo, mi pare di osservare una certa tendenza a rifiutare, a priori, soluzioni adottate da altri, anche quando queste si rivelano ottime.
Aleggia cioè quel che sembra un certo atteggiamento di superiorità, di supponenza che porta a sottovalutare (quando non a deridere) le richieste e le necessità dell’utente comune.
Per fortuna questa sensazione spesso si rivela infondata.

Nell’open source hardware invece, il ruolo dell’utente finale, mi sembra molto più centrale: è l’utente finale che guida lo sviluppo e l’evoluzione del prodotto; l’atteggiamento di imporre soluzioni avendo la pretesa di interpretare il volere dell’utente comune mi sembra molto più rarefatto.
Probabilmente, il dover assicurare un certo livello di successo al prodotto che si mette in produzione, impone una maggiore attenzione alle richieste del potenziale utente, dato che un insuccesso si trasforma matematicamente in un perdita di denaro.

L’articolo ai miei occhi ha anche il pregio di alzare il velo su quale sia lo scopo principale di chi, avendo inventato qualcosa, anzichè brevettarla la rende disponibile per chiunque con la modalità dell’open source.
Bandite le ideologie a corrente alternata, le crociate contro questo o quel demone, in difesa di una malintesa libertà, c’è chi lo fa per puro spirito umanitario (avendo evidentemente possibilità di reperire altrove e in altro modo le risorse per vivere) e chi invece, con molta meno ipocrisia dei suoi omologhi in ambito software, ammette candidamente che il vero scopo è quello di vendere, in seguito, consulenze alle aziende che poi si faranno carico di produrre l’oggetto ideato o sue varianti ed applicazioni.

Conclusioni: l’ambiente open source hardware mi sembra meno isterico, regolato in misura maggiore dal semplice buon senso, non esasperato da controproducenti ideologie e guidato da ambizioni possibili e non da utopie quasi irrealizzabili.
A mio parere, in questo modo pacato e ragionevole, è molto più probabile ottenere quei benefici che tutti i partecipanti auspicano.
Forse l’assenza di odio viscerale nei confronti di un produttore (come invece accade in ambito software, segnato da “guerre di religione”) consente di agire sulla base di sani principi, pragmatismo e ragionamenti logici, in grado di avere maggior successo delle azioni che si intraprendono contro qualcuno.
Troppo spesso la mia sensazione è quella che open source, standard et similia siano più uno strumento usato contro questa o quella fazione/azienda anzichè il tentativo di dare risposta alle esigenze manifestate dagli utenti.
La radicalizzazione del pensiero, insomma, non mi pare porti buoni frutti.

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