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Cogito ergo sum

Davide Psystar contro Golia Apple.

 Scritto da alle 11:44 del 15/11/2009  16 Risposte »
Nov 152009
 

Apple vs. Psystar

Seguo la saga di Psystar contro Apple dalle sue origini.
Psystar è quell’azienda che ha osato commercializzare i propri comunissimi PC con MacOSX preinstallato, nonostante la licenza d’uso del sistema operativo quasi-“made in Cupertino” consenta l’utilizzo del software solo su computer Apple.

La cosa mi è sembrata interessante da subito perché, a prescindere dall’esito della battaglia legale che ne è immediatamente scaturita, ci vedevo una dimostrazione di alcuni punti di cui ho più volte parlato.
Cito i principali:
1) I computer Apple sono dei normalissimi PC venduti a prezzi esagerati;
2) I fan acritici di Apple sono gli unici consumatori felici della mancanza di concorrenza, che generalmente comporta un peggioramento del rapporto qualità/prezzo dei prodotti che acquistano;

Apple ha ovviamente immediatamente sguinzagliato un branco di avvocati nel tentativo di bloccare questa intollerabile dimostrazione di capacità di tecnica del cloner di PC Mac; Psystar, dal canto suo, ha risposto sostenendo che l’imposizione di limitare la possibilità di esecuzione del software Apple solo sui PC prodotti da quest’ultima, poteva essere vista come una pratica anti-concorrenziale (ma va?).

Da notare che Psystar vendeva regolarmente il sistema operativo, non lo piratava, perciò, a voler ben guardare, contribuiva all’ampliamento del business Apple.
Ma evidentemente per Apple era più importante evitare a tutti i costi che qualcuno potesse trarre delle ovvie conseguenze dal veder girare senza problemi i propri software anche su macchine molto più economiche.

Psystar convinta di poter aver forti probabilità di aver vinta la diatriba, ha anche agito provocatoriamente rilasciando un controverso kit che consente a chiunque di realizzare un PC su cui MacOSX gira che è una favola.

Ma mi sa che ha fatto i conti senza l’oste.
E’ notizia di ieri che Apple avrebbe avuto un primo giudizio favorevole nella causa che la vede opposta alla concorrente.
Se questo fatto potrebbe sancire la fine del business di Psystar, è innegabile che quest’ultima abbia aperto la strada ed iniziato una rivoluzione che tanto mi ricorda quella della nascita dei cloni di PC IBM degli anni ‘80.
Sulla scia dell’idea di Psystar infatti sono nate molte altre iniziative, come RussiamMac, Quo Computer o PearC.

Leggere i commenti e le reazioni degli Applefan alla nascita di iniziative come quelle della Psystar, che in teoria dovrebbero essere a tutto vantaggio degli utenti stessi che otterrebbero i medesimi risultati a costi nettamente inferiori, secondo me andrebbe studiato in sociologia.
Potere (o si può già parlare di strapotere?) del marketing.

Technorati Tag: Apple,Psystar,,,,

Il prezzo di Windows 7

 Scritto da alle 10:10 del 16/10/2009  7 Risposte »
Ott 162009
 

Ho sempre affermato che Microsoft con Windows 7 non ha sbagliato un colpo.

Devo, ahimè, correggere il tiro.

La politica dei prezzi applicata dalla casa di Redmond è parecchio discutibile.
Prima di tutto dati.
Il prezzo di Windows 7 per chi compra una versione full o aggiornamento, dovrebbe essere il seguente:

Versione

Prezzo i.i

Windows 7 Home Premium

€ 209,00

Windows 7 Home Premium Aggiornamento

€ 129,00

Windows 7 Professional

€ 329,00

Windows 7 Professional Aggiornamento

€ 299,00

Windows 7 Ultimate

€ 339,00

Windows 7 Ultimate Aggiornamento

€ 319,00

WAU[1] da Home Premium a Professional

€ 189,00

WAU[1] da Home Premium a Ultimate

€ 209,00

La cosa che trovo più sconcertante è l’irrisoria differenza di prezzo tra la versione full e quella di aggiornamento che, con l’unica eccezione per la versione Home Premium, comporta un misero sconto di € 20,00 o € 30,00.

Ho sempre pensato che una delle cose più positive dimostrata da Microsoft nella gestione del progetto Windows 7, fosse l’attenzione posta nei confronti dei propri utenti che, stavolta, pareva fossero stati ascoltati veramente e siano stati determinanti più di altre volte.

Con questa politica dei prezzi, Microsoft dimostra invece che dal lato economico, l’utente ha ancora troppa poca voce in capitolo.
A gran voce e da più parti era stata auspicata una politica di riguardo per chi, avendo acquistato Windows Vista a suo tempo, avesse avuto l’intenzione di effettuare l’upgrade a Windows 7.

E non mi riferisco a chi ha acquistato Windows Vista nel periodo dal 26 Giugno 2009 in poi, per i quali il passaggio a Windows 7 sarà più o meno gratuito, ma a tutti quegli utenti che hanno scelto Windows Vista prima, o che se lo sono ritrovato installato nel PC acquistato a suo tempo, magari uno di quei PC troppo generosamente fregiato con il logo Windows Vista Capable.

La possibilità di ottenere gratuitamente il sistema operativo avendone acquistato una versione precedente nel periodo immediatamente antecedente al rilascio del nuovo, non è comunque una novità legata al rilascio di Windows 7, ma una politica che Microsoft segue già da tempo.
Invece, non solo non mi pare ci sia alcun riguardo particolare per premiare chi ha avuto fiducia in Microsoft ed ha acquistato Vista a suo tempo, ma il ridicolo sconto applicato sulla versione aggiornamento suona tanto di presa in giro.

C’è da dire che è vero che nella versione che probabilmente sarà quella più diffusa tra il pubblico (la Home Premium), lo sconto è consistente (- € 80,00).

E’ anche vero che il mercato, probabilmente, come è sempre accaduto in passato, spingerà verso il basso i prezzi delle versioni di Windows.

Inoltre è anche vero che, se Microsoft non cambierà le politiche in merito alle licenze OEM, un utente finale potrebbe acquistare una copia OEM di Windows 7 ad un prezzo fortemente scontato; l’importante è che sia cosciente delle limitazioni imposte da questo tipo di licenza: la mancanza di scatola e manuale cartaceo, il divieto di trasferire il sistema operativo su un computer differente da quello su cui lo si è installato la prima volta e nessun servizio di supporto.
La nuova “politica” di Microsoft relativa a licenze OEM di Vista, prevede che l’utente, acquistando un DVD di Windows Vista OEM, sostiene di essere egli stesso l’assemblatore del pc, quindi, in caso di necessità non avrà nessuno supporto ne da Microsoft ne dal produttore del PC (che sarebbe lui stesso).
In sostanza, ci sarà la possibilità per chiunque di acquistare Windows 7 OEM ad un prezzo oscillante (non ho trovato dati ufficiali sui prezzi delle versioni OEM in Italia) tra 99 e 110 euro per la versione Home Premium, tra i 144 e 155 euro per la Professional e tra 174 e 190 euro per Windows 7 Ultimate.
Ciò non toglie nulla a quello che secondo me è un segnale negativo che Microsoft ha dato ai propri utenti.

Technorati Tag: ,,


[1] WAU, Windows Anytime Upgrade, consiste nella possibilità di aggiornare una versione di Windows 7 con una di livello superiore in modalità elettronica.

Che nome vogliamo dargli?

 Scritto da alle 00:15 del 20/07/2009  4 Risposte »
Lug 202009
 

image
Apple aggiorna iTunes alla versione 8.2.1.

Una delle “…numerose correzioni importanti di problemi… ” è quella relativa alla compatibilità di iTunes con device non-Apple: prima era possibile, ora non più.

Dopo le minacce

Apple è a conoscenza di produttori che affermano la capacità di sincronizzare i propri dispositivi digitali con i software Apple, tuttavia Apple non contempla il supporto ai lettori multimediali non Apple, né ha provveduto a testarli. E poiché il software muta nel corso del tempo, le nuove versioni di iTunes potrebbero cessare di sincronizzarsi coi dispositivi non Apple

…Apple è quindi passata ai fatti.

Se questa non è concorrenza sleale messa in atto sfruttando una posizione dominante sul mercato, che nome vogliamo dargli?

Technorati Tag: Apple,,
Giu 152009
 

Che culo! Beati noi!
Verrebbe da esclamare usando un francesismo.

Premesse:
1) Da parecchio uso Firefox come browser principale; è il mio preferito.
Nel mio PC li installo quasi tutti (eccetto Safari [solo in macchine virtuali usa e getta] e Chrome, a cui preferisco Iron) per motivi di studio.
Ma Firefox è l’unico a darmi tutto ciò che desidero.
E se la feature non è nativa di Firefox, sicuramente trovo un’estensione che fa al caso mio.
Internet Explorer 8 che con Windows 7 ha fatto passi da gigante soprattutto nelle prestazioni, non lo uso praticamente mai.

2) Trovavo sbagliato che il browser di Microsoft non potesse essere disinstallato all’occorrenza.
Pensavo che rendendolo finalmente disinstallabile, come richiesto a gran voce, si sarebbe risolto il problema. Ma a quanto pare secondo la Commissione UE non è sufficiente

Questa che ad alcuni sembra una decisione incomprensibile, dovrebbe portare dei benefici agli utenti.
Quali? Non ne vedo.
Mentre vedo chiaramente il disservizio ed il danno economico arrecato agli utenti.
Disservizio perchè dovranno pensarci loro a scaricare (e in che modo è tutto da vedere, dato che il sistema non ha un browser!) il loro browser preferito; danno economico perchè se a farlo sarà qualcun altro (l’OEM o il tecnico sotto casa), di sicuro non lavorerà gratis. Se anche chiedesse 1 solo Euro per installare il browser, sarebbe comunque 1 Euro in più speso dall’utente finale.

Inoltre, la decisione si basa sul fatto che l’utenza tutta è considerata come incapace di scegliere quali applicazioni utilizzare.
Evidentemente chi come me e come quel 42% che legge questo blog senza utilizzare Internet Explorer, per la commissione UE non esiste o non conta.
E che il 58% che lo fa utilizzando Internet Explorer non lo fa per scelta, ma solo per imposizione della Microsoft.

Mi viene un altra domanda.
Fornire in bundle il browser insieme al sistema operativo è di per se sbagliato?
O diventa sbagliato solo quando lo fa Microsoft con Windows?
Perchè altrimenti non si spiegherebbe come mai si tollerano praticamente tutti gli altri sistemi operativi che forniscono il loro browser (Safari, Firefox, Konqueror, Opera, etc.).

E se una funzione così centrale di un sistema attuale non è giusto fornirla insieme al sistema, perchè allora fermarsi al browser?
Perchè non pretendere la rimozione di Notepad, Wordpad, la calcolatrice, Media Player, il registratore di suoni, lo strumento di cattura dello schermo, l’utility di backup, l’utility anti-spyware, il firewall, l’utility per comprimere le cartelle, la funzione di crittografia dei files, Paint, l’utility di deframmentazione, e così via?

Infine, com’è presumibile che accada, il compito di fornire l’indispensabile browser ai propri clienti si sposta in capo al vendor di computer, che certamente farà trovare un browser preinstallato sui propri PC preconfigurati.
Quindi non si risolve nemmeno il problema di spostare questa facoltà di scelta lato utente.
Così andrà meglio? E perchè?
E se il vendor decidesse LUI di installare Internet Explorer 8 sui computer?
Quale sarebbe il “vantaggio” per l’utente finale che compenserebbe il presumibile aumento di costi per il servizio aggiuntivo?

L’unica soluzione sarebbe quella di imporre a Microsoft la realizzazione di una procedura che consentisse di scegliere il browser da installare al momento dell’installazione del sistema operativo o del suo primo avvio (facciamo finta, per ora, che non sia già necessario un browser installato per portare a termine l’operazione).
Da qui sorgerebbero montagne di problemi, tra cui.
Quali browser proporre?
Se falle di sicurezza di un browser proposto da Microsoft compromette il sistema, chi dovrà risponderne, agli occhi dell’utenza, su chi ricadrà la colpa?
Il danno di immagine ricadrà su chi è giusto che cada?

Non capisco.
Se c’è un settore in cui i fatti dimostrano che la preinstallazione o il monopolio non determina necessariamente l’insuccesso della concorrenza, è proprio quello dei software di navigazione.
Da anni si assiste ad una crescita delle quote di mercato di Firefox a danno soprattutto di Internet Explorer.
Cosa può significare questo?
Che forse gli utenti non sono quei caproni coi paraocchi che pensano in qualche stanza alla UE.
Che forse non c’è preinstallazione che regga di fronte ad una maggiore qualità.

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Il ddl sulle intercettazioni preoccupa Google

 Scritto da alle 19:54 del 12/06/2009  3 Risposte »
Giu 122009
 

Il ddl sulle norme in materia di intercettazioni telefoniche, telematiche e ambientali, di cui tanto si parla, estende anche ai “siti informatici” le procedure di rettifica delle informazioni ritenute non veritiere o lesive della reputazione altrui.

Secondo alcuni il problema sta proprio nella generico termine di “siti informatici” utilizzato nell’emendamento chiacchierato che modifica l’articolo 8 della legge 8 febbraio 1948, n. 47, e successive modificazioni. “Disposizioni sulla stampa”, aggiungendo dopo il terzo comma:

«Per le trasmissioni radiofoniche o televisive, le dichiarazioni o le rettifiche sono effettuate ai sensi dell’articolo 32 del testo unico della radiotelevisione, di cui al decreto legislativo 31 luglio 2005, n. 177. Per i siti informatici, le dichiarazioni o le rettifiche sono pubblicate, entro quarantotto ore dalla richiesta, con le stesse caratteristiche grafiche, la stessa metodologia di accesso al sito e la stessa visibilità della notizia cui si riferiscono».

Google Italia, evidentemente preoccupata per le conseguenze che provocherebbe l’applicazione delle norme contenute nel disegno di legge, affida al proprio responsabile delle relazioni istituzionali, Marco Pancini, il compito di commentarlo sul blog ufficiale .

La generica espressione “siti informatici”, infatti, comprenderebbe sia i siti professionali di informazioni, come le testate on line dei giornali, sia i siti individuali come i blog personali, ed equipara un blogger amatoriale, in termini di responsabilità, al direttore di un quotidiano di importanza nazionale.

Inoltre, se con l’espressione “siti informatici” si vuole includere anche tutti coloro che pubblicano contenuti di terzi, allora, conclude Pancini, ci sono dentro anche tutti quei servizi web che si occupano facilitare il reperimento delle informazioni, il loro raggruppamento, catalogazione etc.
Esempio sono tutti motori di ricerca, YouTube, social network come Facebook.

Qualcuno fa notare che la preoccupazione sarebbe superflua in quanto

…alla luce della sentenza della Cassazione (n. 10535), nella quale la Suprema Corte ha replicato – rigettando le tesi del legale dell’Aduc che aveva sostenuto che ai nuovi mezzi di espressione del pensiero (newsletter, blog, forum, newsgroup, mainling list, chat, messaggi istantanei e così via) debbano essere riconosciute le stesse «guarentigie» riservate alle testate giornalistiche – in modo chiaro, che questi nuovi mezzi di espressione del pensiero «non possono essere qualificati come un prodotto editoriale, o come un giornale online, o come una testata giornalistica informatica, ma sono una semplice area di discussione dove qualsiasi utente o gli utenti registrati sono liberi di esprimere il proprio pensiero ma non per questo il forum resta sottoposto alle regole e agli obblighi cui è soggetta la stampa (come indicare un direttore responsabile per registrare la testata) o può giovarsi delle guarentigie in tema di sequestro che la Costituzione riserva solo alla stampa».

E la sentenza ha stabilito in modo indiscutibile che i siti internet non possono essere equiparati alla stampa e, quindi, nel bene e nel male, sottostare alle sue leggi.

Se questa interpretazione potrebbe far tirare un sospiro di sollievo ai gestori di blog, newsletters, forum, ecc., non risolve la questione relativa agli aggregatori di notizie.

Resta la sensazione di un provvedimento pensato male, troppo superficialmente, di cui non si son valutati appieno gli effetti, dal quale emergerebbe una scarsa conoscenza delle dinamiche esistenti nella rete.
Questa specie di dilettantismo fa sospettare alcuni che alla base del disegno di legge ci sia proprio l’intenzione di dotarsi di strumenti con cui impedire o ostacolare la circolazione di informazioni “scomode”.

Probabilmente sarebbe stata sufficiente una lettura preventiva di un buon libro per evitare errori grossolani.
Ad esempio questo
The Internet for dummies

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Ben gli sta

 Scritto da alle 18:02 del 13/05/2009  3 Risposte »
Mag 132009
 


E’ notizia fresca che l’Antitrust Europea ha pesantemente sanzionato Intel, con una multa di oltre 1 miliardo di Euro, perché avrebbe abusato della sua posizione dominante sul mercato e perché avrebbe fatto ricorso a pratiche anticoncorrenziali illegali.

Le accusa son pesanti:

  • Nel periodo 2002-2007 Intel avrebbe concesso sconti , a volte in maniera occulta, a produttori di PC che le acquistassero la quasi totalità di CPU di cui avevano bisogno
  • Nello stesso periodo Intel avrebbe effettuato pagamenti a favore di alcuni produttori di PC con lo scopo ostacolare il lancio di prodotti con processori di produttori concorrenti e di limitare la loro commercializzazione attraverso i circuiti di vendita.

Tra i fabbricanti di computer coinvolti ci sarebbero Acer, Dell, HP, Lenovo e Nec; mentre la catena di distribuzione sarebbe Media Saturn Holding, proprietario di MediaWorld.

Intel, ovviamente, ha anticipato che ricorrerà contro la sentenza.
Non c’erano dubbi, visto l’esorbitante importo della multa.

Se la sentenza verrà confermata e la sanzione effettivamente comminata, arriverebbe comunque troppo tardi: cosa sarebbe oggi AMD senza quegli ostacoli che Intel ha seminato lungo il suo cammino?
Inoltre, a chi andrebbe il miliardo di Euro della multa?
Se andasse a risarcire i produttori potenzialmente danneggiati avrebbe una valenza (anche se i suoi effetti sarebbero tardivi), ma se andasse “ai consumatori” servirebbe a ben poco.

Il fatto non dimostra, a mio avviso, che i consumatori sono stati effettivamente danneggiati (in che misura è praticamente impossibile da dimostrare, non essendo possibile prova contraria), ma è significativo il fatto che si sia voluto sanzionare pesantemente un comportamento anche solo potenzialmente dannoso.
Lo si dovrebbe fare più spesso, senza attendere che il comportamento provochi conseguenze.

Non son d’accordo però con chi deduce da questa sentenza la dimostrazione di una superiorità tecnica di AMD.
Non c’è prova contraria.
L’affermare che i processori di allora (2002-2007) erano certamente superiori a quelli di Intel (è vero? Non ne sono affatto certo) e che quindi lo sarebbero anche oggi, sarebbe a mio parere solo di un esercizio di dialettica.

Ultima considerazione sull’etica del commercio: la faranno franca i produttori d PC e i distributori che si sarebbero piegati docilmente alle richieste di Intel?
Possibile che chi ha assecondato le pratiche di Intel, senza denunciarle pubblicamente, possa essere ritenuto totalmente esente da colpe e che non abbia in alcun modo contribuito al danno (reale e potenziale) arrecato ai consumatori?

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