Privacy Policy

Ricerca in FOLBlog

Cogito ergo sum

Pragmatismo…anzi no, pragmatiMSo

 Scritto da alle 06:27 del 16/02/2012  1 Risposta »
Feb 162012
 

Secondo i dati della società di ricerche NPD, il mercato degli smartphone è ancora dominato dai device Android (47%) nonostante il balzo realizzato da iOS (43%) grazie al successo ottenuto con l’iPhone 4s.
os-share-npd

RIM continua la sua caduta libera e Windows Phone continua ad essere non pervenuto, o quasi.

Steve Jobs aveva capito da subito che Android rappresentava il nemico numero uno di iOS.
Non aveva mai digerito lo smacco per quello che riteneva fosse il frutto di un furto di proprietà intellettuale ai danni di Apple:

Dovesse costarmi l’ultimo respiro e l’ultimo centesimo dei 40 miliardi di dollari cha Apple ha in banca, raddrizzerò questo torto. Voglio distruggere Android perchè è il risultato di un furto. Sono disposto ad un conflitto termonucleare

Parole nette, frutto di un pensiero radicale che però suonano ridicole quando si scoprono dette dalla stessa persone che ha affermato:

noi [della Apple] non ci siamo mai vergognati di rubare le grandi idee.

Microsoft in questo mercato non ha ruoli da attore principale ma si limita a fare la comparsa.
Così viene da pensare osservando i dati del market share.
Ma in realtà Microsoft, anche in questo mercato da cui sembra esclusa, guadagna una montagna di soldi.
Grazie ad Android.
Infatti, sfruttando il suo enorme portafoglio di brevetti, ha in piedi accordi di licenza con i produttori di dispositivi come Samsung, HTC, LG, ed altri.
Basti pensare che per ogni terminale Android di HTC, ad esempio, Microsoft percepisce la bellezza di 5 dollari.
Probabilmente da Samsung ancora di più.
E nel frattempo, lemme lemme, lavora a Windows 8, con cui, probabilmente, tenterà di sottrarre quote di mercato ai concorrenti.

Balza agli occhi il differente pragmatismo della società di Redmond rispetto all’atteggiamento della Apple che, ancora oggi, si concentra in ridicole battaglie legali nel tentativo di far valere brevetti molto difficili da difendere, esponendosi, per di più, alla reazione, altrettanto ridicola imho, di altri concorrenti, sullo stesso terreno.
E mentre Microsoft incassa dalla vendita di ogni terminale Android, Apple spende soldi in battaglie legali, spesso inutili.

email addio?

 Scritto da alle 12:46 del 04/01/2012  Nessuna risposta »
Gen 042012
 

E-mail

Secondo Thierry Breton, CEO di Atos, un’azienda di servizi IT con 80.000 dipendenti, l’email come strumento di comunicazione interna di un’azienda non solo non è utile, ma addirittura dannoso, tanto che prevede di abolirne l’uso entro i prossimi 18 mesi a favore di sistemi di messaggistica istantanea (chat, Skype, Twitter, ecc).

E’ veramente possibile fare a meno delle email e sostituirle con sistemi di messaggistica istantanea?
A mio parere no.
Innanzi tutto si vorrebbe sostituire un sistema di messaggistica asincrono (email) con un sistema sincrono (chat); e già questo, di per se, creerebbe a mio parere dei problemi per via delle diverse caratteristiche dei sistemi di messaggistica.

La risposta ad una email non deve essere necessariamente istantanea, ma lascia al destinatario il tempo di organizzarsi per poter rispondere alle richieste, consentendo di determinare una priorità di risposta sulla base del proprio lavoro.
La telefonata o la chat, invece, “pretendono” una risposta immediata e la priorità di risposta è determinata da chi chiama e non da chi deve rispondere.
Inoltre, i moderni client di posta elettronica, consentono l’impostazione di regole e filtri tramite i quali smistare ed organizzare opportunamente le comunicazioni avvenute tramite email, possiedono meccanismi di ricerca che consentono di ricostruire in poco tempo la loro cronologia e permettono l’invio di documenti allegati.
I sistemi di messaggistica immediata, pur consentendo il salvataggio delle comunicazioni, non possiedono però altrettanto efficaci metodi di ricerca ne’ sistemi di filtro automatico.

A mio parere, la scelta migliore è il mix, l’integrazione di sistemi di messaggistica immediata e la comunicazione per email.
Che poi è esattamente ciò che di solito è presente all’interno di un’azienda: telefono (messaggistica istantanea) ed email.
Aggiungiamo un sistema di messaggistica immediata come la chat e dovremmo essere in grado di coprire ogni tipo di esigenza.
Eliminare le email a mio parere rischia di produrre più problemi di quelli che si tenta di risolvere.

Amazon Kindle Fire e walled garden

 Scritto da alle 07:27 del 14/11/2011  2 Risposte »
Nov 142011
 

image

La fidelizzazione dei clienti è quell’insieme di pratiche messe in atto dalle aziende con lo scopo di mantenere la propria clientela.
Di solito si tratta di azioni tese ad incentivare acquisti dei propri prodotti rendendo meno appetibile l’acquisto di prodotti concorrenti.
Raccolte punti, buoni sconto su acquisti attuali da sfruttare per acquisti futuri sono solo alcuni esempi, tra i tanti che sono a noi ben noti.

Nel campo delle tecnologie IT e delle telecomunicazioni (e non solo) questa pratica, che può essere considerata in un certo senso positiva per il consumatore, si è estesa, ed è stata integrata da altri metodi un po’ meno “piacevoli” per il consumatore.

Le aziende, infatti, hanno iniziato ad inserire limiti “artificiali” per scoraggiare lo switch verso altri prodotti.
Esempi potrebbero essere l’impossibilità (salvo contromisure) di scaricare la posta elettronica da caselle email gestite da providers diversi da quello utilizzato per l’accesso ad Internet; oppure i limiti che Apple inserisce nei propri device mobili per scoraggiarne utilizzi diversi da quelli che convengono all’azienda (vedi limiti sull’utilizzo del bluetooth, o quelli relative all’utilizzo di Siri, ad esempio), o il soffocante abbraccio a cui sottopone i propri clienti con iTunes (reso in certi casi obbligatorio).

Questo tipo di pratiche sono negative per i consumatori perché, in pratica, hanno l’obiettivo di costringere, più che di indurre, i propri clienti  a restare nel “walled garden” costruito dall’azienda.
Non sempre è possibile aggirare queste limitazioni e spesso è possibile farlo solo a patto di perdere la garanzia sul prodotto.

Amazon, che fino ad ora ha brillato per il rispetto degli utenti ed è riuscita a trasformare in moneta sonante l’alto livello di fiducia che è riuscita meritatamente ad ispirare, pare non abbia resistito alla tentazione di costruire il suo recinto virtuale in cui tentare di confinare per i propri clienti e, anzi, con il Kindle Fire da $199,00, sembra andata addirittura oltre.

Per come viene presentato, il Kindle Fire è un normalissimo tablet basato su Android, su cui gira il “rivoluzionario” [sic!] browser Silk.
In realtà, a causa della personalizzazione effettuata da Amazon, sembra più uno strumento prettamente orientato alla fruizione dei contenuti venduti dall’azienda di Seattle. E questo è il male minore.

Il Kindle Fire con Silk si collega ad Internet attraverso il servizio cloud di Amazon (Amazon Elastic Compute Cloud, aka EC2) con cui costituisce una sorta di recinto teso ad impedire usi alternativi.

Infatti, a differenza con quanto avviene con iTunes e GoogleApp, attraverso cui Apple e Google hanno la possibilità di effettuare un controllo dell’utente tramite le applicazioni che questi utilizza, con il suo tablet Amazon è in grado di controllare il modo in cui il device dialoga con la rete: le richieste di contenuti effettuate dal browser Silk vengono elaborate da EC2, adattate e confrontate con il profilo comportamentale associato all’utente e poi inviate al tablet.
In sostanza Silk e EC2 si comportano come una sorta di entità che si pone tra l’utente ed i contenuti richiesti con lo scopo di individuare una eventuale regolarità di comportamenti negli utenti, in modo da fornire i contenuti richiesti nel più breve tempo possibile.
Si realizza, in questo modo, una canalizzazione dell’attività dell’utente che consente ad Amazon la raccolta dei dati più disparati incrociabili nei modi più diversi. Roba da far impallidire Google.

Balzano immediatamente agli occhi i potenziali problemi legati alla privacy e pare evidente l’intenzione di Amazon di confinare la navigazione Internet degli utenti in un luogo virtuale in cui l’azienda è potenzialmente in grado di controllare tutte le attività degli utenti a cui associare i contenuti richiesti.

Questa struttura ha scopi prettamente commerciali e probabilmente i potenziali rischi su citati non si concretizzeranno.
Ma proprio perché assomiglia più ad una Intranet aziendale che alla fornitura di un accesso ad Internet, potrebbe venir meno il principio di neutralità, che pone il provider di servizi di comunicazione al riparo dalle responsabilità conseguenti l’utilizzo da parte dei propri clienti dei servizi forniti.
Come si comporterà l’azienda di Seattle a fronte di richieste di contenuti borderline, forse leciti, forse no, che potrebbero essere considerati critici o inopportuni?
Amazon, a causa della diversa responsabilità, potrebbe perciò vedersi costretta a controllare, filtrare, censurare.
In ogni caso, avrebbe comunque a disposizione una possibilità di controllo tali da far raggelare il sangue.

Me and Apple

 Scritto da alle 18:25 del 10/11/2011  Nessuna risposta »
Nov 102011
 

Apple Love Hate

Amore e odio.
E’ l’espressione che sintetizza meglio il mio feeling nei confronti della casa di Cupertino.

Amore per le linee eleganti, pulite e curate, prive di stucchevoli fronzoli, tipiche di quasi tutti i suoi prodotti.

Odio per la politica commerciale, anche quella riservata ai rivenditori, il post-vendita, il customer care in genere ed il “gioco sporco” a cui sottopone i propri utenti facendo leva sulla smisurata fiducia che tanti di loro accordano ad Apple.

Riguardo ad OSX provo un blandissimo, annoiato, disinteresse: preferisco altro.
In questo momento trovo che Windows 7, tutto considerato, sia il massimo per i desktop.

Di iOS, al momento forse il miglior ambiente per smartphone, trovo intollerabili alcune limitazioni appositamente imposte per costringere gli utenti a forzare un certo tipo di utilizzo del device, con il malcelato scopo di spingerli a spendere il più possibile.
Per questo guardo con interesse ad Android e, [sic], a Windows Phone, in attesa di meglio.

Non sopporto la pubblicità Apple, ne’ le sue ridicole sparate sensazionalistiche (“Safari il miglior browser del mondo”…seee, eccomenò!) spesso infarcite di luoghi comuni e falsità a cui solo gli sprovveduti possono credere.

Il termine “rivoluzionario” è stato utilizzato così tanto e così a sproposito per molti prodotti Apple da aver ormai perso di significato.

Perciò è inaspettatamente che, ultimatamente, ho trovato di gran classe l’ultimo spot su l’iPad2, quello che si vede in TV in questo periodo:

Lo spot su iPad2

Un’eccezione a quella che finora è stata la regola.
Forse l’assenza di Jobs ha già, in qualche modo, cambiato qualcosa nel modo di proporsi di Apple?
O è solo un caso? Chissà…

Ogni volta che si parla di prodotti Apple, e di confronti con prodotti concorrenti, mi “scaldo” quando vedo qualcuno che afferma “questo è meglio” solo per il fatto di essere prodotto da Apple, o che tenta di far passare un gusto personale come un oggettivo motivo per preferire questo a quello.

Mi “scaldo” anche quando qualcuno fa dei confronti attribuendo difetti inesistenti ai concorrenti.
Più che per malafede, questo spesso avviene perché “il confrontatore” non conosce bene il prodotto concorrente.
E, a volte, nemmeno quello che vorrebbe osannare A bocca aperta.

In fin dei conti i prodotti Apple non sarebbero malaccio (anche se, nel tempo, mi son convinto che, spesso, la loro qualità sia soprattutto percepita piuttosto che reale); non brillano certo nel rapporto qualità/prezzo, ma sarebbe un compromesso che, personalmente, sarei disposto ad accettare qualche volta per poter utilizzare un prodotto curato esteticamente.
Se non fosse per Apple…

Chiunque sarebbe capace di produrre a costi alti; la vera eccellenza di un’azienda sta nel riuscire a realizzare e proporre prodotti di qualità a costi contenuti.
Cioè, per parafrasare Amazon nel prologo del lancio del suo Kindle Fire, lavorare duramente affinché i propri clienti possano contare su prodotti sempre miglior e a prezzi concorrenziali e sempre inferiori.
Diciamo che Apple non brilla da questo punto di vista.
Infatti, pur avendo sempre lavorato duramente per tenere bassi i costi di produzione (“Do more with less”), se ci è riuscita, si è guardata bene da girare ai propri clienti anche solo una parte di questi risparmi.
A questo va aggiunto l’ambiente privo di concorrenza in cui galleggiano i prodotti Apple; un “male”, la concorrenza, che l’azienda di Cupertino ostacola in tutte le maniere possibili, contribuendo a tenere artificialmente alti i prezzi dei propri prodotti, che vengono così sistematicamente sottratti dalle leggi di mercato.
Non a caso è una delle azienda che fa più utili al mondo, a prescindere da qualsiasi crisi.
Se questo è un bene per chi possiede le sue azioni, non è affatto il massimo per chi i prodotti li compra.

Insomma, se dovessi sintetizzare in una frase quel che non mi piace di Apple, direi che tratta male i propri utenti, soprattutto i più fedeli.
La mia speranza è che ora, senza la tirannia di Steve Jobs, Apple possa diventare un’azienda più “normale”, in cui è l’utente a trovarsi al centro dell’attenzione e non l’ego smisurato del suo CEO.

Steve Jobs e Dennis Ritchie

 Scritto da alle 10:24 del 15/10/2011  Nessuna risposta »
Ott 152011
 

Steve Jobs e Dennis Ritchie

Condivido.
Riflettevo sulla differenza con cui è stata trattata la morte di Dennis Ritchie (inventore del Linguaggio C e della prima versione di Unix, da cui discende sia Linux che OSX) paragonata con il grande can can mediatico riservato alla dipartita di Steve Jobs (il più grande imbonitore informatico della storia; inventore di cosa?).
Significativa anche la differenza di spazio dedicato ai due protagonisti (RIP) da Wikipedia (sia la versione Italiana che quella inglese).

Tutto è diventato marketing, apparenza.
La sostanza interessa sempre meno.
La cultura informatica ha toccato un nuovo fondo.
.