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Cogito ergo sum

Apple e la sicurezza

 Scritto da alle 19:39 del 19/11/2007  11 Risposte »
Nov 192007
 

Our bugs are different!
Quando mi capita di parlare di queste cose, affermo che sostenere che i sistemi Apple e Linux sono totalmente sicuri, è una sciocchezza che può rivelarsi molto deleteria per l’utente non sufficientemente esperto, che tende a credere a queste affermazioni senza avere gli strumenti e le competenze per verificarle e rendersi conto della loro falsità.
Intendo dire che, nell’enfasi di dimostrare quanto “questo” sia meglio di “quello”, si cade spesso nella tentazione di minimizzare (o addirittura di negare) il fatto che, in realtà, anche questi sistemi operativi non sono esenti da problemi di sicurezza (vedi trojan, rootkit e bootkit).
Com’è noto, lo scorso 26 ottobre Apple ha rilasciato Leopard, la nuova versione di MacOSX, preceduto da una sontuosa campagna di marketing con la quale lo si è presentato come il miglior sistema operativo mai realizzato.
Poche ore dopo il rilascio, i fatti hanno dimostrato che la perfezione non è di questo mondo e sono venuti a galla bug potenzialmente molto pericolosi (es.: rischio di perdere dei dati quando si interrompe lo spostamento di file su unità esterne o il malfunzionamento del firewall, che di default risultava molto più permissivo di quanto fosse saggio oltre a non essere in grado di bloccare adeguatamente il traffico potenzialmente pericoloso, ecc.).
Apple, che da tempo ci ha abituato alla sua abilità di negare l’evidenza e farla franca con i propri utenti, stavolta, data forse la gravità dei problemi riscontrati in Leopard, è corsa ai ripari (per me con troppo ritardo).
Invece, alcuni Apple-fan sfegatati, obnubilati nella ragione dalla loro cieca sudditanza e riverenza del dio Apple, hanno avuto l’ardire di tentare di negare i problemi evidenziati o di giustificarli con acrobazie verbali degne dei migliori trapezzisti del circo Togni.
Stavolta però si son trovati scoperti in “campo nemico”, esposti agli sfotto’ di mezzo mondo senza “la copertura” che in passato Apple, col suo negare oltre ogni evidenza, non aveva fatto mancare.
Nel frattempo, l’utente inesperto, che ha creduto al battage pubblicitario e alle bufale degli sfegatati adoratori di Apple, si è trovato (o si trova) a navigare su Internet e a spostare allegramente file nelle unità esterne del tutto ignaro di ciò che si rischia; credendo di avere a disposizione un sistema operativo praticamente perfetto, installa incoscientemente tutto ciò che capita a tiro e non si cura minimamente di proteggersi in alcun modo da, ad esempio, i Trojans e non si sognano minimamente di verificare se nel loro PC è in azione un rootkit malevolo.
Beata ingenuità!

Technorati Tag: Apple , riflessioni , sicurezza

Opensource: filosofia utopistica? Parte III

 Scritto da alle 18:11 del 15/11/2007  2 Risposte »
Nov 152007
 


Proseguo con la mia riflessione sul futuro della filosofia alla base dell’Opensource, la condivisione della conoscenza, cercando di capire se può realmente avere successo e affermarsi come filosofia dominante.
E se ciò avvenisse, la svolta sarebbe priva di controindicazioni e benefica per la ricerca e l’innovazione?Negli articoli precedenti ho illustrato un ragionamento che, in estrema sintesi, mi aveva portato a concludere che se l’Opensorce fosse adottato in larga scala, i programmi, anche i più complessi ed innovativi, costerebbero pochissimo, tendenzialmente zero, e che questo poteva essere un potenziale rischio per il futuro della ricerca e dell’innovazione nel campo dell’informatica.
In questo articolo, parto dalla convinzione che un principio, se buono, vada adottato in tutti i campi; mi domando perciò come mai non esista un movimento simil-opensource anche in campo industriale, dove invece impera la legge del brevetto anche su cose che la maggior parte delle persone non reputa brevettabili.

Parallelismo con il mondo industriale
Se è vero che la filosofia alla base dell’Opensource ha contaminato altri ambienti (vedi open content), non vi è la minima traccia di questa contaminazione nel mondo industriale.
La questione non pare nemmeno in discussione.
Questo mi spinge a domandarmi come mai, se è vero che la filosofia alla base dell’Opensource è universalmente ritenuta come positiva, non esistono (o meglio, non ne ho trovato traccia!) iniziative in tal senso in campo industriale e, cosa ancor più strana, questo fatto sembra accettato dalla maggioranza delle persone come un fatto naturale, ovvio, spesso anche da Opensource-entusiasti?
Gli esponenti politici di tutto il mondo vedono in molti Paesi emergenti dei pericolosi concorrenti per via dei bassissimi costi della manodopera disponibile in quei Paesi, ed indicano che la via di salvezza dei paesi più industrializzati sta proprio nel puntare sulle tecnologie avanzate, per le quali sono necessari forti investimenti in ricerca, alti livelli di specializzazione e competenza.
Per questo motivo in molti Paesi Europei e soprattutto negli USA (molto meno in Italia, purtroppo), la ricerca è fortemente incentivata.
Dal canto suo, chi progetta e produce macchinari ad alta tecnologia, nonsi sogna minimamente di mettere a disposizione del mondo intero i progetti originali, frutto di anni di investimenti in ricerca e sviluppo!
Anzi fa ampio e massiccio ricorso alla tutela rappresentata dal brevetto, anche in campi -leggi ricerca farmaceutica e genetica- in cui il ricorso al brevetto è visto spesso come una forzatura, una cosa innaturale (*).
Cosa significa?
Che la condivisione della conoscienza è un principio valido ed applicabile solo in certi campi (scrittura, musica, software, ecc.)? Se si, perchè?

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(*) Esempio: è notizia recente (per me clamorosa!) che la T-Mobile ha brevettato…il colore magenta!

Opensource: filosofia utopistica? Parte II

 Scritto da alle 17:42 del 10/11/2007  2 Risposte »
Nov 102007
 


Proseguo con la mia riflessione sul futuro della filosofia alla base dell’Opensource, la condivisione della conoscenza, cercando di capire se può realmente avere successo e affermarsi come filosofia dominante.
E se ciò avvenisse, la svolta sarebbe priva di controindicazioni e benefica per la ricerca e l’innovazione?

Nell’articolo precedente ho illustrato un ragionamento che mi ha portato a concludere che se l’Opensorce fosse adottato in larga scala, i programmi, anche i più complessi ed innovativi, costerebbero pochissimo, tendenzialmente zero.
In questo articolo proseguo il mio ragionamento e, partendo dalle conclusioni precedenti, illustro una possibile conseguenza per la ricerca e l’innovazione.

Innovazione e ricerca
Se produrre software a basso o bassissimo costo non converrà economicamente a chi lo realizza, come potrà trovare incentivo la ricerca e lo sviluppo di innovazioni?
Provo a ragionare partendo dall’osservazione dello stato attuale delle cose.
Chi compone l’attuale “comunità di sviluppatori opensource”?
Oggi innumerevoli appassionati, per lo più finanziati da qualcuno, solitamente un’azienda che ha interesse al progetto finanziato
Questo è valido sopratutto per progetti di una certa portata, la cui realizzazione è impensabile se affidata ad uno sparuto gruppo di sviluppatori, ed ancor più impensabile se affidata ad un’enorme numero di sviluppatori “volontari” privi di coordinamento.
Ma domani, nell’ipotetico “mondo” Opensource?
Chi avrebbe interesse a finanziare lo sviluppo di un software, finanziare la ricerca in questo campo?
Chi spenderebbe una montagna di quattrini per sviluppare un software da cui, presumibilmente, ricaverà poco o nulla?
Forse qualche moderno mecenate, o qualche riccone che può permettersi di spendere parecchi soldi per dar sfoga ad una propria passione; chi altri?
Secondo me principalmente chi ha interesse a sviluppare una soluzione per se’, per la propria azienda o comunque per la propria limitata realtà.
Ora dietro molti progetti Opensource ci sono grosse aziende che investono parte degli utili fatti nel settore, per sfruttare le competenze e la professionalità di una grande platea di sviluppatori.
Investono. Cioè spendono oggi per guadagnare di più domani. Ma come?
Dato che, per ipotesi, i produttori di software commerciale sarebbero destinati a scomparire, gli unici che avrebbero un interesse a finanziare lo sviluppo l’opensource, sarebbero i produttori di hardware (senza software, l’hardware, si sa, è inutile!). Per cui ogni produttore avrebbe l’interesse a sviluppare il software (non solo i drivers) con cui utilizzare il proprio prodotto.
E tra l’altro, l’interesse allo sviluppo del software, rischierebbe di essere visto come una seccatura inevitabile più che come un’opportuinità, dato che il core business di queste aziqnde riguarderebbe l’hardware e non il software.
La concorrenza quindi si sposterebbe dal mix hardware/software odierno, tutta nell’ambito dell’hardware.
E, ad occhio e croce, dal punto di vista dei supporter dell’Opensource saremmo punto e accapo: probabilmente pagheremmo più caro l’hardware ed avremo (forse…) il software “gratis“. Ma sarebbe solo un’illusione: probabilmente i costi per lo sviluppo del software verrebbero semplicemente ricaricati sul prezzo dell’hardware.
Saremo quindi portati a sperare che la filosofia Opensource contagi anche il mondo industriale….
In ogni caso, mi sembra che, in questa ipotesi la ricerca e l’innovazione non sarebbero certamente incentivate, se non episodicamente e sporadicamente, sempre subordinate ad interessi particolari.
Ad essere realisiti, mi sembra infatti un’utopia pensare che le aziende, sistematicamente, possano investire i soldi necessari per fare ricerca ed innovazione in questo campo, con il solo obiettivo di far progredire l’Umanità.

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Technorati Tag: Opensource , riflessioni

Opensource: filosofia utopistica? Parte I

 Scritto da alle 08:41 del 07/11/2007  8 Risposte »
Nov 072007
 


Da parecchio tempo leggo e rifletto sull‘Opensource, cercando di trovare risposte alle domande che mi pongo sempre più frequentremente.
Ho già accennato ad alcuni problemi che ritengo di aver individuato nell’Opensource attuale, ma stavolta vorrei soffermarmi su un aspetto ben preciso: la filosofia alla base dell’opensource, la condivisione della conoscenza, può realmente avere successo e affermarsi come filosofia dominante? E se ciò avvenisse, la svolta sarebbe priva di controindicazioni e benefica per la ricerca e l’innovazione?

Per tentare una possibile risposta occorre un esercizio di immaginazione non indifferente.
Ci tento ma, mai come questa volta, risulterebbe preziosissimo il contributo di altri alla “visione” di una realtà che è solo ipotetica.

Questo è il primo di una serie di articoli con cui, passo passo, arrivo a delle conclusioni che mi piacerebbe confrontare con le vostre.

Il futuro della commercializzazione di software
Ipotizziamo che da domani tutto il software venga realizzato dalla comunità Opensource.
Una volta distribuita una copia del programma (gratuitamente o a pagamento non importa) chiunque avrebbe in mano tutti i sorgenti, con la libertà di studiare, copiare e modificare il programma originale e rivendere la copia modificata.
Stando così le cose, anche per i programmi che fossero ceduti a pagamento, il prezzo tenderebbe a rapidamente zero o comunque ad un valore molto molto basso.
Talmente basso che, la produzione di software per poi venderlo difficilemente sarebbe fonte di reddito per così tante persone come lo è ora.
Un programma opensource di successo, venduto a 1000, sarebbe infatti immediatamente rielaborato e migliorato da altri che, per battere la concorrenza dell’originale, potrebbero o venderlo ad un prezzo leggermente più basso, o dotarlo di funzini aggiuntive lasciando immuteto il prezzo ma costringendo, allora, chi commercializza l’originale ad abbassarne il prezzo.
Insomma il risultato finale credo sarebbe quello descritto: i programmi, anche i più complessi ed innovativi, costerebbero pochissimo, tendenzialmente zero.

Continua….

Technorati Tag: opensource , riflessioni

Clienti Apple alla riscossa?

 Scritto da alle 19:30 del 22/10/2007  Nessuna risposta »
Ott 222007
 


Tra i clienti Apple, iniziano a verificarsi episodi di intolleranza alle sue politiche commerciali.
Di recente si son fatte notare due notizie relative ad iniziative legali promosse da utenti che ritengono di aver subito un ingiusto danno dalle discutibili imposizioni e scelte di Apple.

Class action contro Apple in seguito il blocco della SIM dell’iPhone
L’unico modo per usare l’iPhone negli USA è sottoscrivere con AT&T un contratto della durata di 18 mesi.
Subito dopo il lancio dell’iPhone sul mercato, quindi, molti hacker si sono dati da fare, con successo, per sbloccare l’iPhone.
Ma Apple è corsa ai ripari prima, il 24 settembre, con un minaccioso avviso agli utenti in cui affermava che l’installazione di software non autorizzato avrebbe rischiato di causare un malfunzionamento dell’iPhone una volta aggiornato con nuove release del firmware; e poi rilasciando pochi giorni dopo una nuova versione del firmware che disabilitava i telefoni sbloccati
Nessuno degli utenti che avevano sbloccato la SIM del cellulare ha gradito l’ingerenza e qualcuno è andato oltre, rivolgendosi all’avvocato.
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Acquistare un Mac: esperienza 1

 Scritto da alle 18:12 del 17/10/2007  21 Risposte »
Ott 172007
 

Dopo aver invano tentato di capire quali motivi concreti ed oggettivi possano convincermi ad abbandonare Windows Vista per passare al Mac, mi sono deciso di fare il grande passo: acquistare un Mac.
Mi sono ormai rassegnato all’idea che è l’unico modo di scoprire pregi e difetti del sistema Apple.

Sono costretto a fare un’eccezione rispetto l’iter che solitamente seguo nella valutazione di un prodotto che non conosco, rinunciando quasi totalmente alla fase 2 nella quale raccolgo le impressioni oggettive di chi già utilizza il prodotto che mi interessa, ma vista l’acriticità del popolo dei Mac-fan, mi son dovuto adattare.
Devo ammettere che l’acriticità che ritrovo spesso nei “Cupertino Boys” è stata un po’ messa in discussione dalla lettura di post come questo, in cui, finalmente, alcuni utenti Apple mostrano una certa repulsione verso la filosofia “Noi sappiamo cosa è meglio per voi” adottata con una certa arroganza da Apple fino ad ora.
L’articolo rende meno “visionari” i miei dubbi sull’iPhone ed anzi conferma che alcuni problemi che evidenzio nei miei articoli, sono mal tollerati anche dal popolo dei fedeli di Apple.
Inoltre mette in evidenza che non sempre la storia insegna: Apple sembra infatti stia ripercorrendo la strada della chiusura dei suoi prodotti che l’ha portata ad un passo dal fallimento anni orsono, dal quale si è salvata rinnegando la politica orgogliosamente difesa fino a quel momento.
Paradossalmente, la lettura di un articolo che evidenzia alcuni malumori che iniziano a serpeggiare nella comunità Apple, mi conferma la necessità di modificare le mie abitudini in questo caso e mi induce a rompere gli indugi; decido quindi di acquistare un Mac.

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